AI e hardware. I cervelli digitali hanno bisogno di un nuovo corpo, o forse più di uno
Siamo ancora abituati a interagire con l'AI esclusivamente attraverso dispositivi nati in epoche e con premesse diverse. Negli anni a venire, anche questo cambierà
IN POCHE RIGHE
Se le ferie di agosto sono l’archetipo della pausa dal lavoro, è forse opportuno almeno tentare di fare altrettanto col turbine dell’intelligenza artificiale.
Il 2026, finora, si è rivelato l’anno più intenso e complesso dell’era moderna — quella iniziata con ChatGPT — con le sole ultime settimane tempestate di ban, lettere accorate alla presidenza, scontri indiretti tra Washington e Pechino, rischi legati alla progettazione di virus sintetici, e soprattutto una prima rottura delle acque cyber, con modelli disallineati (pescati in ritardo) scoperti ad hackerare a destra e a manca.
Questo è il report di OpenAI sull’incidente Hugging Face, che chiunque sia anche solo tangenzialmente interessato all’AI dovrebbe guardare per intero, non fosse che per farsi un’idea della serietà del problema.
L’intensità, verosimilmente, non farà che aumentare, creando numerosi grattacapi sia dal punto di vista tecnico sia da quello del policy-making — OpenAI, sia pure in modo tardivo, ha infatti saggiamente deciso di rimandare il rilascio del suo prossimo modello di frontiera, Astra, proprio per testarne le capacità cyber in modo più approfondito e non rischiare ulteriori incidenti.
Quindi in cosa si può ritrovare rifugio — e magari anche un po’ di brio — sotto l’ombrellone? Una risposta viene forse dall’hardware, protagonista indiscusso del precedente ciclo tecnologico (quello del mobile) e ritenuto in ogni caso un tassello fondamentale anche per il futuro prossimo, a partire proprio da OpenAI.
Se ci pensiamo, in effetti, il contrasto tra una tecnologia così avveniristica e i dispositivi che utilizziamo per accedervi rimane bizzarro e stridente: servono idee nuove, che nel perimetro felice dell’elettronica di consumo potrebbero portare un po’ di agognata freschezza; perlomeno nella linea temporale in cui problemi ben più grandi non si mettono di traverso.
UNA STORIA
Nel 2016 Google si decise finalmente a consolidare i suoi (fino a quel momento) deboli sforzi hardware sotto un’unica bandiera, quella del brand Pixel, con un volto riconoscibile — Rick Osterloh, richiamato per l’occasione da Motorola1 — e l’intenzione apparentemente seria di rivaleggiare con Apple.
Dieci anni fa, infatti, OpenAI si apprestava a spegnere la prima candelina, il leggendario paper sui transformer sarebbe arrivato solo un anno dopo, e l’attenzione dell’industria era ancora dominata dalla lotta tra iOS e Android, tra iPhone e tutto il resto.
Tra le tesi più accreditate sul successo del gigante di Cupertino troneggiava quella dell’integrazione. A differenza dell’ecosistema Android, in cui a un fornitore software (Google) si agganciavano dozzine di OEM (original equipment manufacturer; un produttore terzo, in pratica) come Samsung, LG e HTC, Apple costruiva tutto in casa. E i quattro pezzi della stack, per semplificare, erano: i system-on-a-chip (i processori della serie A), l’hardware (iPhone), il software (iOS) e i servizi (Apple Maps, Music, Pay, Photos, Safari, etc.).
Un’integrazione che, tra la grande efficienza generata e lo sconfinato supporto degli sviluppatori che popolavano l’App Store (con app a loro volta ottimizzate al massimo), portava i prodotti Apple a essere sempre più rifiniti e curati, al punto da giustificare agli occhi del mercato anche i prezzi tendenzialmente più alti rispetto alla concorrenza.
Google continuava a regnare nel software e nei servizi — Maps, YouTube, Gmail — ma senza un terminale curato e proprietario dove mettere in mostra il meglio del proprio ecosistema. L’idea, con la linea Pixel, era quella (almeno in parte) di sublimare le esperienze dell’azienda in hardware di primissima qualità, con un’offerta analogamente end-to-end e progettata in ogni dettaglio.
Io per primo credevo che questa strada non fosse solo giusta, ma indispensabile, per nobilitare gli sforzi software di Mountain View e portare sul mercato hardware premium, genuinamente competitivo con l’offerta Apple; e dunque ben al di sopra di ciò che il programma Nexus2 aveva offerto sino ad allora.
L’ACQUA IN CUI NUOTIAMO
L’idea seguiva la celebre massima di Alan Kay, l’informatico americano che capì per primo che “chiunque sia serio nello sviluppare software deve anche progettare il proprio hardware”.
Rick Osterloh e la linea Pixel sono ancora lì, e benché (per tutta una serie di motivi, che qua non ci interessa trattare) il mercato hardware di Google non abbia mai mosso grandi numeri3, il discorso sull’efficienza data dall’integrazione ha continuato a dominare il panorama — segnatamente con i processori “M”, sempre di Apple, che hanno donato nuova linfa vitale a tutti i MacBook con un rapporto tra performance e consumi semplicemente insuperabile.
Avere il controllo di quanti più pezzi possibile lungo tutta la filiera di un prodotto, pur consolidando nelle mani di un singolo la potenza (e i proventi) di una data tecnologia, si traduce per i consumatori in vantaggi concreti di qualità e performance — e, nel caso di Apple, anche in una storica attenzione al design che ha contribuito in non piccola parte al suo successo.
Nello specifico, parlando di design, il discorso non può che muoversi nella direzione di Jony Ive, lo storico braccio destro di Steve Jobs a cui si attribuisce una buona fetta della paternità di alcuni tra i prodotti più iconici mai creati — l’iPhone, per l’appunto, ma anche il precedente iPod, i MacBook, l’iPad, gli AirPods, l’Apple Watch.
Non è un caso, dunque, che OpenAI abbia simultaneamente capito due cose:
Se per i chatbot e gli agenti di oggi gli smartphone e i laptop possono ancora andare bene, i sistemi di AI del futuro dovranno appoggiarsi a nuove interfacce e metodi di interazione;
Chi meglio di Jony Ive per immaginare che forma possano prendere questi strumenti?
Uscito definitivamente da Apple nel 20194, Ive ha fondato insieme all’amico e collega di lunga data Marc Newson (col quale aveva già lavorato in Apple sul Watch) prima LoveFrom, uno studio di design impegnato in progetti di ogni tipo5; e poi “io”, una piccola startup espressamente dedicata all’hardware tech. La startup è stata poi rilevata da OpenAI l’anno scorso, con l’annuncio che le due aziende avrebbero collaborato a una famiglia di dispositivi AI-native sotto la supervisione del team di design dello stesso Ive.
PERCHÉ CONTA
Mettiamo da parte il drama esploso tra Apple e OpenAI, a seguito delle pesanti accuse della prima sul furto di proprietà intellettuale e altre malefatte di cui la seconda si sarebbe macchiata — e che il lab, naturalmente, rigetta con forza. Se le accuse venissero formalizzate, sarebbero rimesse al giudizio delle autorità competenti, con conseguenze che adesso è inutile tentare di prevedere.
Quello che ci interessa è l’approccio di OpenAI all’hardware AI-native, sia di per sé sia in confronto ai competitor: le stesse Apple e Google, ma anche Anthropic e qualche altro contendente.
Il primo aspetto interessante, lo abbiamo già sottolineato, è quello di famiglia di dispositivi. Laddove lo smartphone ha progressivamente fagocitato un’innumerevole serie di strumenti e cementato così la propria posizione di hub centrale di tutta la nostra vita digitale, l’AI potrebbe funzionare in modo diverso, più diffuso, appoggiandosi in parallelo a più superfici ma portando con sé il cervello digitale sottostante.
Lo smartphone dunque non verrebbe sostituito, ed è ragionevole immaginare che resterà una superficie cruciale con cui interagire. Allo stesso tempo potrebbe non essere l’unica, poiché contesti diversi richiederanno modalità di interazione apposite. Se queste frasi richiamano alla mente concetti come ambient computing o il più tristemente noto internet of things, è perché la visione è del tutto analoga — stavolta, però, con un’infrastruttura alle spalle ben più solida e congeniale.
Nei giorni scorsi, Mark Gurman di Bloomberg ha rivelato che il primo device che OpenAI vorrebbe presentare sarebbe una specie di…ciambella. Non è uno scherzo: Gurman parla di un prodotto “a forma di donut”, delle dimensioni di un sottobicchiere e con un buco al centro, benché non siano chiare le proporzioni (per capire se il buco avrà il diametro di una penna o, piuttosto, di un polso).
Equipaggiata con fotocamere, altoparlanti e microfoni — ma, dettaglio cruciale, non uno schermo — la nostra ciambella dovrebbe essere una sorta di speaker Bluetooth intelligente, portatile (poiché alimentato da una batteria) e leggero, adatto all’uso in movimento o da fermo su una scrivania. In più, per conferirgli una certa vitalità, lo strumento dovrebbe avere delle non meglio specificate parti mobili, che si azionerebbero in base alle interazioni (vocali) con l’utente.
Non ci sono ulteriori dettagli, quindi è piuttosto complesso anche stabilire se OpenAI veda questo device come un semplice punto di ingresso (il prezzo target, dice Gurman, si aggirerebbe tra i 300 e i 400 dollari) o qualcosa di più ambizioso. Quel che appare più sicuro è che GPT-Live, il modello vocale nativo da poco rinnovato, sarà al centro dell’esperienza, dando corpo a un agente AI sempre presente — e, soprattutto, consapevole del contesto spaziale in cui si trova — e non vincolato all’apertura manuale di un’app sullo smartphone.
L’apparente stranezza nella forma, però, suggerirebbe che a fare la differenza nell’esperienza d’uso non sarebbe tanto l’hardware in sé, quanto la possibilità di progettarlo interamente attorno a un software già consolidato ed eccezionalmente capace, che al momento trova proprio nei dispositivi su cui gira (smartphone e laptop) i suoi limiti.
Non è dato neanche sapere quale sia la visione complessiva di OpenAI — una serie di dispositivi slegati, ognuno pensato per esigenze e contesti diversi? O piuttosto un ecosistema integrato, alla stregua di Apple, in cui l’insieme vale più della somma delle parti?
SCENARI
Per i rilasci iniziali si parla di 2027, quindi siamo ormai relativamente vicini a veder scoperte le prime carte — tenendo tuttavia conto che, con la velocità della curva a cui siamo abituati, è verosimile che per allora il software di cui disponiamo oggi (e che immaginiamo come motore di quei device) sarà mutato ulteriormente, rendendo ciò che con la voce sarà possibile fare — più che la voce stessa o l’indubbia cura nell’estetica e nei materiali, simbolo dell’approccio di Jony Ive al prodotto — l’elemento davvero distintivo dell’offerta hardware di OpenAI.
Che al momento, oltre alle indiscrezioni (invero storicamente accurate) di Gurman, non contempla i formati più chiacchierati del resto dell’industria: gli occhiali con vari livelli di realtà aumentata — dai più semplici Ray-Ban di Meta a forme maggiormente avanzate come gli Aura di Xreal, sviluppati con Google — i bracci meccanici con schermi incorporati, le cuffie, altri wearable, o dispositivi specifici come lo smart badge mostrato da Microsoft al Build sotto il nome di “Project Solara”.
Né Apple né Google, che hanno problemi diversi legati alla componente software dell’AI, sembrano non aver individuato una direzione precisa; Meta ha investito molto sul formato occhiale e la divisione Reality Labs ha sperimentato a lungo prototipi di ogni tipo, ma senza ancora aver tracciato una strada definita per tutto il resto. Anthropic, curiosamente, sembra del tutto disinteressata all’hardware, ostinatamente convinta che questo sia un problema secondario (e non a caso si è concentrata sin da subito sul mercato B2B, tenendo il coinvolgimento consumer relativamente limitato).
Le tante strade diverse, insomma, suggeriscono che immaginare l’hardware legato all’AI come diffuso e decentralizzato sia un po’ una scelta di progettazione a monte — per affievolire la forza centripeta dello smartphone sfilacciandolo di qua e di là — e un po’ una necessaria sperimentazione, senza un formato unico designato come successore (leggasi soppiantatore) dello smartphone stesso.
Ed è altrettanto vero che, con l’AI agentica avanzata, l’attenzione di chi sviluppa hardware si sta estendendo anche alla robotica, dove l’ambizione è quella di dare al cervello artificiale le sembianze di un corpo umano vero e proprio, capace di interagire col mondo esattamente come facciamo noi.
Formulare ipotesi, dunque, appare prematuro oltre che speculativo. Si andrà avanti a tentativi. Ma la cosa, a mio giudizio, è positiva, dacché dopo tanti anni di relativa stagnazione e i primi esperimenti, acerbi e largamente falliti (come i famigerati rabbit r1, AI Pin di Humane e Friend di Avi Schiffmann), si potrebbe finalmente riportare un po’ di brio; magari mantenendo la promessa, stavolta sì, di un portafoglio di prodotti veramente “smart”.
Speriamo di potercelo permettere.
Che di Google era stata parte, negli anni precedenti, per essere poi ceduta nel 2014 a Lenovo
Il primo ciclo di dispositivi hardware Android di punta, co-brandizzato da Google e da un OEM di turno ogni anno per mostrare il meglio della piattaforma
Rimanendo saldamente in mano ad Apple e, in misura minore, a Samsung
Un rapporto di consulenza esterna sarebbe poi proseguito fino al 2022
Come, più recentemente, la Ferrari Luce



